Giuseppe Chiaretti
Arcivescovo Metropolita di Perugia
Nella Roma del Seicento le corti delle famiglie nobili, dal cui seno uscivano cardinali e papi, erano vere e proprie "fucine" delle arti: poeti, architetti, pittori, scultori e musicisti che con la "magia" del suono contribuivano a creare il fascino degli spettacoli del periodo barocco.
Le cantate a una e due voci con l'accompagnamento del basso continuo costituivano il "surrogato" cameristico del nuovo genere del melodramma e venivano eseguite in sale e saloni di sontuosi palazzi. Il tema d'obbligo era l'amore; un amore per lo più sventurato che traeva ispirazione da miti classici, come quello di Orfeo ed Euridice, di Ero e Leandro o di Apollo e Dafne. A ricordo di questi incontri venivano redatti preziosi manoscritti musicali dei quali i nobili committenti erano soliti far dono ad amici, viaggiatori stranieri di riguardo o cantanti.
Sulla scorta di questi illustri esempi, ho pensato di far dono all'Università di un manoscritto di cantate del Seicento di cui mi trovavo in possesso e sul quale aveva condotto uno studio Biancamaria Brumana, docente di Storia della musica dell'Università di Perugia, tanto più che l'Ateneo si accinge a celebrare il suo VII centenario ed il comitato a ciò istituito intende dedicare il 2007 alla valorizzazione del patrimonio librario antico. Il mio rapporto con l'Università di Perugia risale al tempo dei miei studi presso questo Ateneo ed è come membro dell'Associazione Alumni che ho voluto effettuare il dono, sottolineando con questo atto anche il legame che da secoli unisce la Chiesa perugina e l'Università nel cui stemma compaiono affiancati il vescovo sant'Ercolano e il grifo della città.